Ha costruito un impero con l'olio. E fa una battaglia sulla normativa.

Pompeo Farchioni, presidente dell'omonima azienda.

Pompeo Farchioni, presidente dell’omonima azienda.

Farchioni è un’azienda da 125 milioni di euro di fatturato e 160 dipendenti, che dal 1780 produce olio, vino, farina a Giano dell’Umbria, nei pressi di Perugia. Una di quelle belle realtà imprenditoriali italiane che rappresenta perfettamente le eccellenze nostrane al centro delle politiche di Expo 2015 e che, come tale, deve affrontare quotidianamente sfide di comunicazione, posizionamento e tutela del made in Italy. Expo2015notizie.it ha chiesto a Pompeo Farchioni, presidente dell’azienda, come si può difendere e valorizzare il nostro saper fare in campo agroalimentare. È

DOMANDA: Nell’ultimo periodo è diventato di stretta attualità il dibattito Usa-Italia sui criteri con cui definire la qualità dell’olio extravergine di oliva. Perchè un attacco così violento al nostro «made in»?
RISPOSTA: Per gli americani, tutto ciò che non è chimico e quindi non è riproducibile, non ha valore. Fosse per loro, il nostro prodotto potrebbe sparire dal mercato. Non è una battaglia sulla sofisticazione qualitativa, ma uno scontro ideologico.
D: Che tuttavia, nella percezione all’estero, ci danneggia…
R: Ci danneggia nel momento in cui, proprio per l’assenza di cultura della qualità dell’olio e di normative dedicate – come è il caso del mercato americano – si finisce con il prestare il fianco ad aziende che truffano il consumatore, mettendo sul mercato per esempio, come extra light, un olio che invece non lo è affatto.
D: Cosa impedisce di regolamentare correttamente il mercato?
R: Il fatto che le normative esistenti hanno le maglie troppo larghe: è ancora possibile far passare come italiano un prodotto che non lo è al 100% e la frode all’origine è ancora molto diffusa. E questo vale per l’olio, ma non solo: pensiamo a quanto squalo di provenienza giapponese arriva sulle nostre tavole essendo spacciato per tonno, per esempio. O alle contraffazioni che si attivano nella moda. Ma finchè sono gli stranieri a farlo, nessuno interviene. Noi ci battiamo perchè ci sia un’uniformità di trattamento. Ma troppo spesso difendere il nostro made in Italy ci fa risultare troppo zelanti.
D: Tutta colpa degli stranieri, quindi?
R: Non solo. Noi italiani abbiamo il pregio di saper acquistare i migliori oli del mondo, ma spesso sono proprio le nostre aziende, per questioni di prezzo, a scegliere di comprare le peggiori materie prime, dequalificando l’Italia e il suo nome. Cosa che, per esempio, in Spagna sarebbe impensabile: alcuni oli in commercio da noi, lì non verrebbero mai venduti.
D: E tutto il patrimonio che possiamo vantare in termini di storicità e tradizione?
R: Anche in questo caso, è spesso sprecato. Aziende che hanno un marchio, un nome, una storia che fanno la differenza e magari sono attive da due secoli, restano sullo sfondo. E nessuno le conosce.
D: Ci sono differenze, in questo senso, tra nord e sud Italia?
R: Purtroppo sì. Nella bergamasca e nel bresciano, le aziende agricole familiari tengono per sè i prodotti peggiori e riservano alla vendita sul mercato il meglio. Per assurdo, al sud succede esattamente il contrario. E anche questo è un trend che bisognerebbe riuscire a cambiare.
D: Nel vino però, ci siamo riusciti. Qual è la differenza, con l’olio?
R: Che nel vino si è fatta cultura dopo lo scandalo del metanolo, le morti e le intossicazioni. Mi sembra paradossale che ci si debba augurare un problema sanitario per arrivare agli stessi risultati nell’olio. Più che altro, bisogna lavorare per invertire la modalità con cui viene percepito l’olio: se un cibo non è buono, pensiamo subito che sia colpa dell’olio con cui è stato cucinato o condito. Ovvero: ragioniamo in termini di negatività e non di piacevolezza.
D: Conta anche una certa difficoltà nel fare sistema, nel settore?
R: L’incapacità di fare sistema è un male diffuso del nostro sistema. Eppure -e  lo champagne ce lo insegna – consorziare è l’unica strada, riunire le piccole e le medie aziende sotto un’unica strategia è la sola strada per valorizzare davvero il nostro prodotto.
D: Voi l’avete fatto, anche differenziando. Quanti prodotti seguite adesso?
R: Siamo nati con l’olio, che pesa oggi circa 100 milioni di euro del nostro fatturato, poi abbiamo la farina (15 milioni di euro), il vino (5 milioni di euro) e il resto che viene sviluppato dal nostro birrificio che produce birra fatta con lenticchie e cicerchie locali. Il mix funziona perchè, come dicevo, fa squadra: abbiamo siglato accordi con un’azienda salumiera di Trieste, la Masè, che ci aiuta a promuovere i nostri prodotti nei paesi mitteleuropei, dove sono molto apprezzati e la filiera attraversa tutta l’Italia, dall’Umbria al Friuli Venezia Giulia. E abbiamo in mente altre partnership di questo tipo.

Valeria Volponi
23 aprile 2014